IL NOSTRO IMPATTO SULLA TERRA
OCEANI, RIFIUTI PLASTICI E QUALITÀ DELL’ARIA
di Luigi Bevacqua
Dal 1950, la produzione e l’uso di materiale plastico è aumentato di 230 volte (come affermato già nel 21 maggio del 2025 dall’OECD, organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, con sede centrale a Parigi,). I dati raccolti affermano che il 31% delle plastiche prodotte è destinato ad imballaggio, spesso monouso, e provocano significativamente la generazione progressiva di rifiuti che facilmente si disperdono nell’ambiente.
L’ 83% delle materie plastiche prodotte nel 2020 è divenuto rifiuto e si è stimato che su 435 milioni di tonnellate di materiale plastico prodotto circa 360 milioni di tonnellate sia diventato immondizia, considerando che ogni anno più un milione di tonnellate di plastica finiscono nell’oceano.
L’inquinamento da plastica può insinuarsi oltre che dall’oceano anche da fonti terrestri, dalla spazzatura presente nelle spiagge o fluendo dai fiumi, le arterie del nostro pianeta.
Solo nel 2020, 1,4 milioni di tonnellate di plastica è fluita dai fiumi nell’oceano, ed è preoccupante il fatto che senza efficaci interventi politici per mitigare lo stato di progressivo inquinamento di materiale plastico che scorre dai fiumi verso agli oceani incrementerà raddoppiando sino a circa 3,6 milioni di tonnellate entro il 2060. Comparazione drammaticamente interessante è che secondo uno studio pubblicato nel 2017 da Nature Communications si stimava che ogni anno entravano dai fiumi nell’oceano tra 1,15 e 2,41 milioni di tonnellate metriche di rifiuti plastici. Si affermava anche che i venti fiumi più inquinanti erano per lo più situati in Asia, rappresentando il 67% del totale mondiale.

Tutto il materiale inquinante si accumula e prolifera negli ecosistemi terrestri, aerei e acquatici.
L’inquinamento da plastica si trova in tutte le parti dell’oceano, dalle acque costiere poco profonde fino alle profondità della Fossa delle Marianne. Ma si diffonde anche attraverso la perdita di attrezzi da pesca, scarti, eventi meteorologici estremi, come piogge intense ed inondazioni, o per causa delle navi che abbandonano i rifiuti sulle spiagge e dalle piattaforme petrolifere. o anche per assenza totale di responsabilità da parte degli individui. La maggior parte delle plastiche non si biodegrada e di conseguenza può inquinare gli habitat naturali per secoli, durante i quali possono compromettere il benessere animale, la salute umana e l’integrità degli ecosistemi.
Tra il 1950 e il 2020, 32 milioni di tonnellate di plastica si sono accumulati nell’oceano, il peso equivale a più di 200.000 balenottere azzurre, il più grande animale del mondo.

Le plastiche con una densità maggiore dell’acqua di mare affondano e si accumulano nei canyon e nelle trincee di mare profondo. Nel frattempo, le plastiche galleggianti vengono trasportate dalle onde, dal vento e dalle correnti finendo per aggregarsi. Un esempio drammatico e sempre attuale è stato la generazione della grande macchia di spazzatura plastica nel Pacifico settentrionale, detta GPGP (Great Pacific Garbage Patch), che copre una superficie stimata di 1,6 milioni di chilometri quadrati (in progressivo peggioramento, come afferma The Ocean Cleanup, fondazione senza scopo di lucro che si occupa della pulizia ed estrazione dei rifiuti dai fiumi e dagli oceani). Praticamente un’area enorme che si espande e che risulta essere «il doppio della dimensione del Texas o tre volte quella della Francia».
GPGP non è l’unica zona di accumulo di spazzatura che galleggia nel mare. Le Garbage Patches (zone di accumulo rifiuti) si formano a causa delle correnti oceaniche, generando dei vortici subtropicali chiamati gyres, e intrappolano enormi quantità di rifiuti, dando luce a veri e propri agglomerati galleggianti. I rifiuti plastici rappresentano una grave minaccia per l’ecosistema intero, ed essendo leggeri e non biodegradabili, vengono trasportati dalle correnti oceaniche per lunghissime distanze.
Tra l’altro l’azione del sole, del vento e delle onde, frammentano i detriti plastici in pezzi sempre più piccoli, trasformandoli in microplastiche, ovvero frammenti plastici inferiori a 5 mm. (La frammentazione delle microplastiche possono produrre particelle di plastica sempre più piccole fino a raggiungere dimensioni di scala nanometrica e possono anche essere inalate o ingerite. Si introducono nel corpo essendo presenti nell’ambiente e si depositano sulle superfici, quindi sono presenti anche negli alimenti oltre che nell’acqua potabile, come affermato da EFSA (autorità europea per la sicurezza alimentare) e altri studi sperimentali. Oltretutto una ricerca del 2022 condotta dalla Plastic Soup Foundation su 7.704 prodotti cosmetici di grandi marchi ha rilevato che l’87% dei prodotti analizzati contiene microplastiche, compresi polimeri solidi, liquidi, semiliquidi, idrosolubili, nanoplastiche e plastiche biodegradabili. Solo il 13% di queste è stato trovato privo di microplastiche.
Alcune giurisdizioni, tra cui Unione Europea, Canada, USA, Regno Unito, Cina, Taiwan, Corea del Sud e Nuova Zelanda, hanno regolamentato l’uso di microperle di plastica nei detergenti esfolianti. Tuttavia, l’aggiunta intenzionale di microperle, continua in molte giurisdizioni e, nelle regioni in cui si applicano le normative, la conformità è variabile. Le microperle sono frammenti di plastica solida derivati dal petrolio, di forma sferica con diametro inferiore a 5mm)
Le principali Garabge Patches sono cinque e si trovano in corrispondenza dei principali vortici oceanici: Nel Pacifico settentrionale, come detto poc’anzi. Nell’Atlantico settentrionale, seconda “isola” di rifiuti più grande per estensione. Nel Pacifico meridionale, al largo di Cile e Perù. Nell’Atlantico meridionale, area di accumulo che si trova approssimativamente tra la costa del Brasile, l’Africa meridionale e il Sud Atlantico centrale. Nell’Oceano Indiano. (E secondo Wise Society, nel mare artico, in particolare nella zona del Mar di Barents si assiste alla formazione di un più recente agglomerato di spazzatura, ma il PAME, gruppo di lavoro del consiglio artico, afferma che gli esperti avvertono di un possibile sesto accumulo di rifiuti dovuto alle correnti oceaniche).
QUALI AZIENDE CONSUMANO DI PIÙ AL MONDO?
Secondo i dati del Plastic Waste Makers Index 2023 della Minderoo Foundation, (basato su dati del 2021 e con confronto con il 2019) le principali aziende petrolchimiche globali impiegate nella produzione di plastica monouso che contribuiscono maggiormente alla generazione di più rifiuti plastici al mondo sono: ExxonMobil, Dow, Sinopec, Indorama Ventures, Saudi Aramco, PetroChina, LyondellBasell, Reliance Industries, Braskem, Alpek SAB de CV, Borealis, Lotte Chemical, Ineos, TotalEnergies, Jiangsu Hailun Petrochemical, Far Estern New Century, Formosa Plastics Corp, China Energy Investment Group, PTT, China Resources, Rongsheng Group, SIBUR.
La stessa fondazione sottolineava già allora che la crisi dei rifiuti di plastica si stava intensificando e che sarebbe peggiorata significativamente prima di poter osservare una diminuzione reale anno su anno del consumo di plastica vergine monouso.
QUALITÀ DELL’ARIA
La qualità dell’aria è minacciata, non solo da nano e microplastiche. Le principali fonti di inquinamento atmosferico sono dovute alle attività dell’uomo, attività industriali, produzione di energia, attività zootecniche ed agricole intensive e trasporti, oltre che ad attività domestiche. Nel dicembre 2025, la Commissione Europea ha completato una valutazione della direttiva NEC ed ha concluso che tale direttiva ha in parte contribuito alla riduzione delle emissioni inquinanti atmosferici, in sinergia con le politiche correlate all’UE e degli Stai membri, come le Direttive sulla Qualità dell’Aria Ambientale, nonché politiche su clima, energia, trasporti, settore industriale, agricoltura e biodiversità. Afferma anche che si necessitano sforzi maggiori, e impegni più severi entreranno in vigore nel 2030. L’OMS ha recentemente rilasciato dati aggiornati sugli SDG (indicatori degli Obbiettivi di Sviluppo Sostenibile) che evidenziano come i livelli di particolato fine (PM2.5, uno dei principali inquinanti atmosferici, legato a malattie respiratorie, cardiovascolari e a un aumento di mortalità prematura, con conseguenze che gravano su ambiente ed economia), sebbene siano diminuiti a livello globale fino al 2020, sono rimasti in gran parte invariati, confermando un potente rischio per la salute pubblica ed ambientale con differenze sostanziali di esposizione all’inquinamento tra nazioni ad alto e basso reddito.

I progressi globali sulla qualità dell’aria si stanno fermando mentre il fumo degli incendi boschivi ed il cambiamento climatico intensificano l’inquinamento atmosferico globale. È preoccupante che, secondo IQAir (azienda tecnologica svizzera specializzata in soluzioni per la qualità dell’aria), solo il 14% delle città globali ha rispettato la linea guida annuale PM2,5 di 5 μg/m³ dell’OMS, contro il 17% dell’anno precedente. Solo tredici paesi/territori hanno soddisfatto la linea guida media annuale OMS: Polinesia Francese, Porto Rico, Isole Vergini Americane, Barbados, Nuova Caledonia, Islanda, Bermuda, Riunione, Andorra, Australia, Grenada, Panama, Estonia. 130 su 143 paesi/territori (91%) hanno superato il valore medio annuale delle linee guida OMS. I cinque paesi più inquinanti sono stati Pakistan, Bangladesh, Tagikistan, Ciad e Repubblica Democratica del Congo. Le 25 città più inquinate del mondo si trovano tutte in India, Pakistan e Cina, con l’india che ospita tre delle quattro città più inquinate. Il 2025 ha segnato il secondo anno consecutivo in cui nessuna città dell’Asia orientale ha rispettato le linee guida OMS. I modelli di inquinamento in Cina indicano uno spostamento verso ovest delle concentrazioni elevate. L’Europa ha registrato tendenze contrastanti di inquinamento atmosferico nel 2025, con 23 paesi che hanno registrato un aumento del PM2,5 e 18 con una diminuzione. Svizzera e Grecia hanno registrato aumenti superiori al 30% a causa del fumo degli incendi boschivi transfrontalieri provenienti dal Nord America e della polvere del Sahara che hanno aggravato ulteriormente l’inquinamento.
Gli incendi boschivi, intensificati dal cambiamento climatico, hanno degradato la qualità dell’aria. CAMS (Copernicus Atmosphere Monitoring Service) stima infatti che gli incendi boschivi globali e la combustione di biomassa abbiano rilasciato circa 1.380 megatonnellate di carbonio entro la fine di novembre 2025, rispetto a 1850 e 1940 megatonnellate di carbonio nei totali gennaio-novembre e annuali rispettivamente del 2024. E gli incendi avvenuti in Canada hanno contribuito con 263 megatonnellate di questo totale.

IMPATTO AMBIENTALE, NECESSITÀ ENERGETICHE ED INCREMENTO DI PRODUZIONE ED ESPANSIONE DEL SETTORE TECNOLOGICO
L’incremento della domanda energetica dell’intelligenza artificiale evidenzia l’urgenza di allineare le opportunità digitali agli obbiettivi climatici. Nonostante i progressi nella rendicontazione climatica e nell’uso di elettricità rinnovabile, le aziende digitali non riescono a ridurre le emissioni al ritmo necessario per raggiungere gli obbiettivi climatici globali. Lo afferma il nuovo rapporto del 2 settembre 2026 di Greening Digital Companies: Monitoring Emission and Climate Commitments 2026. Il rapporto valuta le performance climatiche di 200 aziende digitali a livello globale utilizzando dati divulgati pubblicamente nel 2024, monitora le emissioni di gas serra, consumo energetico, obbiettivi climatici, uso di energie rinnovabili e la pianificazione della transizione climatica. Emerge che nel 2024 le aziende digitali hanno riportato 301 milioni di tonnellate di emissioni operative in anidrite carbonica equivalente allo 0,8% delle emissioni globali legate all’energia e un aumento dell’1,2% rispetto al 2023.
Le aziende che divulgano le emissioni della catena del valore hanno dominato la loro impronta di carbonio e rappresentano il 76% delle emissioni totali ed evidenziano le sfide del settore nelle catene di approvvigionamento, nella produzione e nell’uso dei prodotti. 163 aziende hanno riferito di aver consumato 494 TWh di elettricità nel 2024, equivalenti a circa l’1,7% del consumo globale di elettricità. Oltre la metà di questo consumo elettrico, circa il 54%, era concentrata in sole 10 aziende, superando il consumo annuo di alcuni paesi. E solo 25 aziende delle 200 esaminate hanno dichiarato di aver fornito il 100% di elettricità rinnovabile. Il rapporto identifica inoltre che le emissioni di quattro grandi fornitori di IA e cloud sono aumentate, raggiungendo fino al 239% dei livelli del 2020.
Tra giugno e luglio 2026, Google, Microsoft e Amazon hanno pubblicato i loro ultimi rapporti ambientali e di sostenibilità, che coprono le loro performance del 2025 e rivelano tensioni crescenti. L’IA e le infrastrutture digitali stanno espandendo la domanda di elettricità più velocemente di quanto i sistemi di energia pulita riescano a supportare.
Il rapporto ambientale del 2026 di Google, pubblicato il 30 giugno 2026 che copre anche il 2025, riporta un aumento del 37% anno su anno del consumo elettrico. Sebbene le emissioni operative basate sul mercato di Scope 1 e Scope 2 siano diminuite del 2%, le emissioni della catena di approvvigionamento sono aumentate del 25%. Il rapporto di Google dichiara un’impronta ambitionbased di circa 14,5 milioni di tonnellate di CO2 equivalente per il 2025, il 18% in più sull’anno precedente e l’81% in più rispetto al 2019, con circa l’80% del totale generato non dal funzionamento dei data center, ma dagli acquisti di beni e servizi, dai materiali da costruzione, dalla manifattura dei componenti. L’azienda ha inoltre firmato accordi per acquistare più di 12 GW di nuova capacità di energia pulita nel 2025, il suo record annuo più alto fino ad oggi. Anche il consumo del bene primario è aumentato, l’acqua, e Google ha riportato un aumento del consumo del 34%, raggiungendo circa 10,9 miliardi di galloni. L’impatto ambientale dell’azienda continua a subire pressioni dall’espansione fisica delle infrastrutture di IA e della sua catena di approvvigionamento.

Il rapporto sulla Sostenibilità Ambientale del 2026 di Microsoft, che copre l’anno fiscale del 2025, riporta circa 37 milioni di MWh di consumo elettrico. Un aumento di circa il 24% su base annua. Le emissioni di Scope 2 rappresentano circa il 13% delle emissioni totali di Microsoft, rispetto il 2% dell’anno precedente. Le emissioni totali di Microsoft sono aumentate del 25% su base annua nell’anno fiscale 2025, il suo incremento annuo più grande fino ad oggi.
Amazon riporta un aumento del 16% delle emissioni di carbonio dal 2024 al 2025. I suoi data center AWS hanno raggiunto una media globale di Power Usage Effectiveness, PUE, di 1,14 nel 2025, migliorando rispetto a 1,15 nel 2024. Amazon ha abbinato il 100% del consumo elettrico globale delle proprie operazioni a fonti di energia rinnovabile nel 2025 per il terzo anno consecutivo. Nel netto dei fatti questi dati sono drammatici, nonostante le aziende tendono all’efficienza. E mentre crescono così rapidamente l’impatto ambientale aumenta di conseguenza.
La sfida climatica delle grandi aziende tecnologiche sta diventando meno legata al fatto che l’efficienza possa migliorare e più se tali miglioramenti possano tenere il passo con la velocità dell’espansione. I prossimi rapporti sulla sostenibilità forniranno ulteriori prove se il divario odierno sia una conseguenza temporanea di una transizione infrastrutturale o una caratteristica strutturale dell’economia dell’IA.

I data center potrebbero consumare circa 9,3 trilioni di litri d’acqua entro il 2030, una quantità che equivale al fabbisogno annuo di 1,3 miliardi di persone. Secondo il rapporto redatto dall’Istituto delle Nazioni unite per l’Acqua, l’Ambiente e la Salute si stima che i data center globali abbiano consumato circa 448 TWh di elettricità nel 2025, con l’IA che rappresenta un quinto del totale. Questo li renderebbe l’undicesimo maggior consumatore di elettricità al mondo se fossero un paese. Tale quantità di elettricità sarebbe sufficiente a soddisfare il fabbisogno annuale di elettricità residenziale dei 1,3 miliardi di persone che vivono nell’Africa subsahariana per 2,6 anni (si prevede un consumo di 945 TWh di elettricità entro il 2030, quasi il triplo del consumo annuale combinato di elettricità di Pakistan, Bangladesh e Nigeria, paesi che collettivamente ospitano più di 650 milioni di persone). Questo consumo comporta un’enorme impronta di carbonio, 189 milioni di tonnellate di CO2. In termini di acqua, i data center lo scorso anno hanno consumato abbastanza da riempire 1,8 milioni di piscine olimpioniche, abbastanza per coprire il fabbisogno annuale di acqua domestica di oltre 600 milioni di persone. Inoltre, il rapporto stima anche che i rifiuti elettronici provenienti dall’hardware AI raggiungeranno 2,5 milioni di tonnellate annue entro il 2030, una quantità smisurata.
I server ad alta densità e i data center funzionano 24 ore su 24, 7 giorni su 7 e generano enormi quantità di calore, per cui il raffreddamento è fondamentale per prevenire guasti hardware, mantenere la loro operabilità e garantire disponibilità dei servizi nel mercato globale. Alcuni data center, anche per contrastare il consumo drammatico di acqua oltre che per chiare questioni di efficienza, vengono raffreddati in mare negli oceani. Tre grandi data center subacquei stanno guidando la fattibilità ingegneristica e la ricerca scientifica, come il Project Natick di Microsoft, che è il primo grande progetto. In prima fase ha operato per 105 giorni nel 2015 ad una profondità di 30 piedi al largo della costa della California ed in seconda fase ha operato per due anni, dal 2018 al 2020, ad una profondità di 117 piedi al largo delle Orcadi in Scozia.

Da marzo del 2023 la Beijing Highlander Digital Technologies (società cinese che opera principalmente nel settore della fornitura di apparecchiature marine intelligenti), gestisce il primo data center commerciale subacqueo nel Mar Cinese Meridionale, al largo dell’isola di Hainan a una profondità di 35 metri. Nel febbraio del 2025 è stato dispiegato già un secondo cluster e si prevede di schierare fino a 10 unità sul fondale marino in un’area equivalente a 10 campi da calcio.
Vicino a Port Angels, a Washinton, nel 2023 Subsea Cloud (azienda tecnologica pioniera nello sviluppo e gestione di data center sottomarini) ha schierato il suo pod Jules Verne in 9 metri d’acqua. È simile ad un container di 20 piedi e utilizza una camera equalizzata alla pressione. Il calore dei componenti di calcolo si trasferisce passivamente dal refrigerante all’oceano attraverso le pareti dei contenitori.
I data center subacquei si collegano alla terra tramite fibra ottica sottomarina e cavi elettrici, collegandosi direttamente alla rete terrestre locale. L’acqua che circonda il contenitore sigillato funge da scambiatore di calore naturale senza la necessità di raffreddatori o pompe. Ma esistono impatti ambientali preoccupanti, come l’inquinamento termico localizzato. Il trasferimento di calore nell’acqua dolce o di mare circostante che potrebbe alterare i regimi di temperatura e influenza gli organismi acquatici. Su larga scala potrebbero essere previsti danni ambientali maggiori, come nel caso di quei data center che coprono grandi aree. Da considerarsi potenziali impatti ambientali che richiedono valutazioni specifiche sono il rumore, i campi elettromagnetici, le installazioni e le manutenzioni del caso, perchè possono interferire con la salute degli habitat marini, specialmente in quelli vulnerabili. Ulteriori preoccupazioni si rivolgono alla durata dei materiali. I data center devono resistere a corrosione, bioincrostamento e sollecitazioni meccaniche soprattutto se si trovano in acqua salata. Inoltre la logistica di smaltimento e recupero a fine vita comporta anche rischi di disgregazione dell’habitat e alta generazione di rifiuti. Perciò i benefici di sostenibilità dei data center sono messi in discussione perché dipendono dalle loro fonti energetiche e benchè si cerchi di integrare impianti subacquei con fonti di energia rinnovabile come l’energia eolica offshore o quella maremotrice, le strutture esistenti attualmente dipendono dall’elettricità terrestre, e gli effetti complessivi che stanno provocando le infrastrutture digitali hanno fatto insorgere una forte opposizione locale: NIMBY (“Not In My Back Yard” – opposizione locale contro la costruzione di data center nelle aree popolate).
La rapida espansione dei data center non è passata inosservata, scatenando una diffusa reazione da parte di ambientalisti, agricoltori e residenti locali. Nelle regioni a stress idrico, queste strutture sono accusate di prosciugare risorse preziose, come acqua dei pozzi, aumenti vertiginosi dei costi dell’acqua municipale e di disturbare ecosistemi. Nella Georgia rurale le comunità vicino ai data center del colosso tecnologico META segnalano scorte d’acqua esaurite o contaminate, accusando l’azienda anche di aver distrutto il loro stile di vita rurale. I proprietari di casa vicino al gigantesco data center di Newton County di META hanno intentato una causa legale il 31 Agosto 2026, sostenendo oltretutto che l’ampio disboscamento degli alberi, le esplosioni e gli scavi necessari per costruire il campus, da oltre 1 miliardo di dollari, abbiano disturbato l’acquifero sotterraneo dell’area, inquinando l’acqua dei pozzi con limo e sedimenti che hanno ostruito le tubature e danneggiato gli elettrodomestici. META ha contestato il nesso causale sostenendo di non attingere direttamente alle risorse idriche sotterranee locali ed ha presentato uno stidio idrogeologico a supporto della propria posizione. In Arizona i data center competono con l’agricoltura per l’acqua limitata, riducendo potenzialmente le rese agricole gonfiando i prezzi per gli agricoltori. In South Carolina, gruppi di conservazione hanno criticato il permesso di Google di prelevare circa 1,5 milioni di galloni al giorno, evidenziando la preferenza di priorità alla tecnologia rispetto alle esigenze locali.

Assistiamo ad un declino reale che necessita tempestivamente di essere regolamentato in termini ambientali per garantire la salute della fauna, della flora ed anche di quella umana. Ci si augura, nonostante la tragicità della situazione, che i prossimi dati generali riguardo l’impatto complessivo dei settori industriali e del consumo di risorse preziose, insieme alle condizioni umane ed ambientali, migliorino e si adeguino il prima possibile agli standard di sostenibilità che sono stati stabiliti per il 2030.